I testi selezionati sono stati scritti da Cesare Viel come parti integranti di opere video, performances, installazioni e lavori audio.

 

 

Androginia, 1994

(Video, 8’)

Dunque sono io che vi parlo. Una persona che ha un'età e un'esperienza. Voi che mi state ascoltando cercherete una ragione e uno scopo, un motivo nelle mie parole. Voi che mi state vedendo cercherete di individuare una mossa che tradisca un particolare elemento o una identità nella mia presenza. Cercherete di percepire una persona. Dunque, è la mia voce che vi sta parlando. Una voce che ha un timbro e un'estensione, come tutte le voci. Ma potrei anche restare in silenzio, o parlare tra me e me a bassa voce, e ridurmi a un bisbiglio. Voi, d'altronde, potreste non credere alle mie parole, provando l'impressione che qualcun altro le stia dicendo al posto mio. Perché è così: le intenzioni di chi parla non sono mai quelle di chi ascolta. Occorre che vi spieghi la mia presenza?

Per quanto mi riguarda è assurdo spiegare una presenza. Ma, provate ad ascoltarmi: si deve cercare di tirar fuori delle voci diverse. E' come se stessi afferrando un pensiero agitato, o un paesaggio ritirato, inghiottito in un'esplosione. Ho chiuso occhi e orecchi, ho trattenuto il respiro. Per un certo tempo. L'esplosione avveniva dentro di me. Ma allora, mi chiedo, quelle forme là fuori? quegli oggetti? quei richiami? C'era, dappertutto, un gran rumore di urla. Tutto appariva congestionato. Rumore di vetri in frantumi. M'è sembrato. Ma ho resistito senza paura.

Mi è successo più volte di camminare in questo paesaggio tra generazioni diverse, e di ascoltare persone che non vogliono parlare di sé, perché, in effetti, non riescono ancora a capire da dove procedere. Penso che si debba ricorrere ad una nuova grammatica emotiva. Noi viviamo come sogniamo: in solitudine, forse senza la possibilità di dare agli altri la sensazione viva di un momento che ci riguardi. Però, dobbiamo anche pensare davvero al fatto di essere plurali, e che diventiamo via via qualcosa che prima non c'era. Una persona che, prima, non esisteva, ma che si fa sentire perché si costruisce insieme con le voci e le presenze altrui. L'alterità che io sono, il fuori che mi appartiene, perché tutti facciamo parte del gioco. So che potrei essere molto felice se la finzione che sto elaborando servisse a dare un nuovo senso all'identità. E' difficile: non voglio presentare tutto questo come un fatto compiuto; perché non è mai un fatto compiuto essere più persone. Allora mi dico: non pensare a una identità stabilita, pensa piuttosto a chiunque stia cercando nella propria esistenza uno spazio senza pregiudizi, senza confini marcati.

So che, in generale, i discorsi che facciamo posseggono uno strato d'intenzioni: la volontà di guidare una serie di percorsi, di condizionarne il senso, in una parola: di intervenire. Il più delle volte si interviene per tagliare e delimitare. E' perché si ha paura di perdere un certo rassicurante senso di proprietà. Ma, ad esempio, già nello spazio di una frase ci sono diverse correnti che si accavallano: più si scende, più ci si apre all'esterno. Io scopro di essere vari elementi esterni in concreto movimento; si può dire: alla deriva. Ma lo smarrimento non deve essere visto come una perdita, perché si tratta, caso mai, di spingere questa condizione fino all'estremo. Qualsiasi persona io sia, a qualsiasi genere io appartenga, non mi impedisce di provare il desiderio di esserne un'altra. E questo non per scappare, ma per accettare su di me l'esperienza della modificazione.

Abbiamo desiderato, almeno una volta, di avere più vite, di poter cambiare spazi e lingue, di pensare in un'altra lingua dalla nostra, di essere sempre più altrove. Abbiamo avvertito una sensazione di deserto e una di gabbia. A volte abbiamo agito contro di noi per staccare testa, braccia e gambe e scomporci in un insieme di pezzi fino a cambiare così totalmente da non rispondere quando ci chiamavano per nome. Abbiamo corso per strade affollate sotto la spinta di un vento immaginario. Io non sono ciò che vedete e al tempo stesso lo sono, nonostante tutto. Abbiamo anche noi chiamato persone che non esistevano ma che, nello stesso tempo, avevamo fisicamente davanti. Non so se fossero mie invenzioni oppure qualcos'altro che quelle stesse persone mi facevano vedere, perché, d'altronde, si crede - per forza - a quello che si vede.

Eppure ho sempre pensato che c'è anche un dislivello, una frattura che indica un'altra cosa. Come un risvolto dal quale emerge un altro respiro, un'altra espressione che s'insinua nella fisionomia conosciuta e la modifica irreparabilmente da dentro. E' questo che dobbiamo vedere, perché è questa diversità che risuona in noi come in un doppiaggio. E' una scena sonora che ci fa dire: sono questa identità e anche quest'altra, sono qui e altrove, mi appartengo e mi esproprio. E' per questo che ho detto: dunque sono io che vi parlo. E adesso posso aggiungere: in una folla di voci che per essere comprese si sono, necessariamente, ristrette nella tua che ha già parlato e nella mia che sta parlando adesso. Aspetto che quest'altra voce mi ridefinisca in un rapporto di parti che aggiunge un'altra presenza alle cose che ci sono. Questa mia voce mi copre proprio come una pelle, è uno strato sonoro, e io la sto ascoltando con attenzione mentre mi parla. La sento esattamente come voi la sentite ora, ed è portata sui tratti di questo mio corpo che ancora non conoscevo. E', finalmente, lo spazio di un pensiero alterato che fa ritrovare il tuo corpo modificato nei suoni.

 

 

Una stanza per sé, 1997

(Installazione sonora. Audio registrato su cassetta, 30’, diffuso nell’ambiente)

(Canzone improvvisata) Provo a immaginare immagini mentali in uno scenario reale.

La mia casa è qui, io sono qui nella mia casa, la casa è qui con me e io sono qui in lei, dentro di lei. lo sono qui dentro di lei. Questa casa, questa vita, questa stanza.

In questa stessa stanza, giorni fa, di sera, ho rivisto un amico di vecchia data, di tempi remoti.

Abbiamo cenato assieme, e abbiamo parlato e straparlato assieme, in mezzo al fumo delle sigarette, dentro il fumo delle sigarette e dentro l'alcol che si beveva, che noi bevevamo senza smettere, e poi si è parlato anche d'amore, dei suoi amori e dei miei, e io annuivo, fumavo e bevevo e sentivo bene quello che mi diceva, e lui sentiva bene che io lo sentivo e sopra di noi aleggiava il nostro sentire che ci sentivamo a vicenda, reciprocamente. Fino alle tre, alle quattro, a bere e fumare. Poi ci siamo salutati e io, la mattina dopo molto tardi, molto tardi, mi sono svegliato in un dopo sbornia di wodka.

Un peso sullo stomaco, una sensazione di peso nello stomaco, ma è stato bello, è bello ricordare quella sera nella casa molto tardi, molto tardi nella notte, un incontro nella notte tarda in questa casa. Immagini mentali in uno scenario reale.

L'amore in una casa, la paura dell'amore in una casa, la paura di perdere l'amore in una casa.

I pensieri che vagano in una casa, di stanza in stanza, senza fermarsi mai, e tu a cercare di inseguirli dalla camera alla cucina e viceversa, e così via, e poi di nuovo, comunque e sempre. Vagare nella testa della casa e cercare, cercare sempre qualcosa che sfugge, che non c'è.

(Canzone improvvisata) È come perdersi dentro un sé visto da fuori. Mi brucio in un combustibile precario, in una zona d'accesso senza fissa dimora. E le immagini che vedo passarmi davanti e intorno e su tutti i lati senza sosta, senza poterle fissare una volta, scivolano via. Férmati. Non andare via. Ho paura di perderti. Ho paura di morire. Ho paura. Non andare via. Questa terra, questo pavimento, questa sedia, questo tavolo, questa testa sono tutti in me e io sono via, sono ancora via, ma non sono ancora fuori, sono via, sono in cerca, sono tuo. Ho cantato più volte, ho ballato e mi sono divertito, e la mia casa è qui e io sono nella casa. Sono nella casa. Sono l'inquilino del 3° piano che abita sopra di me, sono la finestra che cerca di controllarlo, sono la forza della sua avventura.

Voglio raccontare. Voglio raccontare tante storie. Ce n'è una, ce n'è un'altra, e poi ce ne sarà ancora un'altra. C'è la paura di perdersi e quella di non lasciarsi andare. C'è la voglia di non uscire. lo stavo entrando mentre uscivo, ma non ero ancora dentro. Fuori c'è aria, tira molto vento, un vento forte, deve essere molto freddo, ma qui è caldo, si sta bene qui, si è riparati. lo sono un casalingo senza casa, un homeless. Homeless. Stavo uscendo mentre entravo, ma non ero ancora qui. Voglio vedere diverse cose, voglio continuare a vedere più cose possibili. Voglio incontrare un sacco di gente. Di tutti i tipi e di tutte le specialità. Tutti gli odori di tutte le specie viventi. lo racconto me stesso in uno spazio che non ha pareti ma che è uno spazio, nonostante tutto.

(Canzone improvvisata) Provo ad accendere coni di luce. Ma poi dovevo andare e poi dovevo scappare di nuovo, perché non ce la facevo, perché era impossibile, era insostenibile. Dopo un po' non si può reggere, devi cambiare, devi andare via di nuovo. lo sono uno che accoglie il proprio respiro. Non scherziamo per piacere. Non scherziamo! A volte si perde la calma, la tua calma originaria. Un pennarello nero con cui scrivere, e della carta, tanta carta. Una casa di carta! Di carta colorata. Non odiarmi. Pensami. Sono qui seduto e vedo un sacco di cose che mi passano accanto, ma non riesco a fermarle. Sono come tante mosche. Sciami di mosche che volano intorno al naso e gettano immagini ovunque, in tutte le direzioni. Come quando una volta mi ero chiuso in casa e ho sentito degli spari in tutte le direzioni possibili, allora mi sono rannicchiato ancora di più e ho scoperto quello che non dovevo. Ancora e sempre! Stronzo! Chiaro? lo penso continuamente a persone che passano. Questa è la mia ossessione. Vedo scorrere davanti a me la gomma nera, mobile, altrimenti detta scorrimano, piatta, lunga, reversibile, e delle mani sopra che galleggiano.

Sono qui in questo spazio come sempre mi accade. Sto cercando però di uscire fuori, anzi sono già fuori, io sento che sono su una scala di legno corrosa dal sole. Davanti a me ci sono delle strade, delle automobili, della spiaggia, una spiaggia luminosa. C'è un tavolo su cui sono seduto, una sedia e un pavimento. Sto camminando in cerca di qualcosa da bere, finalmente vedo un bar. Parlo con un tizio che mi chiede se conosco via Pallavicina, una strada, io rispondo dopo un po', dopo un po', perché prima cerco di pensare visivamente la strada, ma sono spiacente, dico, non ricordo, sono di passaggio. Poi sono io che chiedo al barista una strada vicino a qui, ma che non so bene se è a destra o se è a sinistra. Qui fuori. Il barista non conosce il posto, dice che è qui solo per lavorare. Ah!, faccio io, buttando il fumo fuori. Lui continua e dice vengo qui solo per lavorare, parcheggio la mia auto proprio qui vicino al bar e rimango qui senza mai uscire per tutto il giorno fino alle otto di sera, poi vado a prendere la mia macchina e torno a casa, che è molto lontano da qui, dalla parte opposta della città. Ah!, faccio io, e sorrido. Poi il barista indica la mensola vicino al telefono dove uno può consultare il Tuttocittà. Lo stradario completo con tutti i dettagli, ah i dettagli! penso io. Ma non è la stessa cosa che ricevere un'indicazione da una persona. È bello ricevere indicazioni da una persona. Si instaura una breve relazione. Quanto basta. E poi uno va, contento.

(Canzone improvvisata) Un'amica che ha smesso di fumare mi ha detto che non si fuma per il piacere di fumare, perché sarebbe una balla fumare per il piacere di fumare. Si fumerebbe in realtà per qualche altro motivo.

Non so, penso io, può darsi. D'altronde in questo stesso momento sto certamente fumando, se è vero che c'è una sigaretta accesa.

(Canzone improvvisata) Scompiglio le carte. Decido che le butto tutte in aria! Ad esempio, non so ancora tanto bene che cosa significhi cantare per me. Ho sempre dovuto impiegare chilometri di tempo per arrivare a capire qualcosa, a volte mi chiedo se sono scemo. Ma credo che bisogna vivere per cantare, e poi cantare come si riesce a vivere, senza cercare un senso a tutti i costi.

In tutti i sensi possibili sempre più fuori di sé. Sono discorsi che non so bene da dove cominciano, però parlano - tornano - puntano - scherzano - scappano. Ti sei mai chiesto perché dormi bene su un letto a due piazze? Ti sei mai chiesto perché ti piace il formaggio francese? Ti sei mai chiesto perché non hai preso la patente? Ti sei mai domandato perché tutto questo? Perché, ad esempio, hai questa voce? Come fai ad avere questa voce? Ti sei mai domandato perché non fai uno sport sistematicamente? Perché ti piacciono le stazioni? E perché non ti piacciono le vacanze stagionali, quelle del calendario? E per quale motivo ti piace stare comunque dentro la folla quando una metropoli si spalanca davanti a te come un ventaglio?

(Canzone improvvisata) Il fumo delle canne mi dà la paranoia. Ricordo, ricordo, ricordo... ricordo una volta stavo su uno scoglio, era settembre, e fumammo tutti insieme sullo scoglio. lo vidi le stelle brillanti sulla mia testa che brillavano a più non posso, e riuscivo a collegare le costellazioni tra loro tutte insieme, formavano le loro figure gigantesche, il grande carro, il sagittario, la via lattea, l'immenso trapezio, la luna tutta tonda all'interno e all'esterno, all'esterno e all'interno, dentro e fuori la luna, la luna tutta fuori... poi mi è venuta la paranoia e ho pensato qui qualcuno mi vuole uccidere. Non riuscivo ad andar via. Da quella volta ho capito che devo fumare con attenzione. Dipende da chi c'è intorno a te e dal tuo stato d'animo, mi è stato detto. Ah, ho pensato, è vero, è così!

(Canzone improvvisata) A volte mi sento un peso morto, o mi prende una frenesia che non conosco e allora esco e cammino per le strade. Poi mi accorgo che posso diventare anche intollerante. Tutto mi fa schifo, mi ripugna e allora vado ancora più in fretta, ma non cerco di chiudere gli occhi anche perché potrei cadere. E io sono attento. Anche troppo attento! Come un animale nella giungla che prosegue sopra i rami là dove ha terminato di viaggiare sulla terra. Poi guardo i fili dei tram e sento quel zzz che fanno, una scarica elettrica ogni tanto... zzz e poi basta, e poi di nuovo zzz... zzz... zzz... Mi piace timbrare il biglietto quando la macchina fa stomp! e incide data e ora, e poi metti il biglietto in tasca contento di sbatterlo in faccia al controllore se sale all'infuori di una fermata. I controllori sono tremendi. Che brutto mestiere! Fanno la spia. Mi ricordano quei bambini cattivi che trovavo sempre all'asilo, quei mocciosi stupidamente sadici, mentre il vero sadismo è ben altra cosa! Ben altra cosa davvero! Il sadismo dei controllori degli autobus è solo rivalsa, una mediocre rivalsa esistenziale impiegatizia. E il mio sadismo che gli sbatte il biglietto in faccia invece è ben altra cosa. Tutto un altro respiro! Tutto un altro livello! Certamente. Certamente.

(Canzone improvvisata) Dunque, vediamo dov'ero rimasto. Beh, sono sempre rimasto qui. Tu vorresti farmi credere che sono rimasto qui, ma io sono il tuo inquilino del 3° piano... e l'inquilino del 3° piano si getta dalla finestra. Sì, dalla finestra. lo poi... qui... abito molto più in alto del 3° piano, sarò per lo meno al 6° piano, dunque se volessi lanciarmi dalla finestra farei senz'altro un volo inaudito. Inaudito! Un volo più che sperimentale! Un volo pazzesco! AI di sopra di ogni altro livello. Da bambino avrei tanto voluto essere un gabbiano che volava via da casa, così, in un batter d'ali... ah, che cosa straordinaria volare!

(Canzone improvvisata) Che cosa so dunque di tutto questo? Ancora una parola, due parole. Riesco anche a vedere quello che non avevo ancora visto. Ma non è del tutto chiaro davanti a me. Mi metto addosso pezzi esterni, anonimi e affollati. È tutto uno scompiglio di cose forse... una scala, una casa, un suono, una mosca, un treno...

(Canzone improvvisata)

 

 

Seasonal Affective Disorder, 1998

(Performance e installazione sonora. Audio registrato su cd, 19’22’’, diffuso nell’ambiente)

Dovete credermi se vi dico che qui c'è stato qualcuno seduto a un tavolo che cercava di scrivere qualcosa, di scrivere qualcosa a qualcuno. Questo posto era scarsamente illuminato, in questo posto non c'era mai il sole o meglio, a causa di un lungo protrarsi del buio e della luce artificiale, questo qualcuno sarebbe andato un po' fuori di testa. Avrebbe dato un po' di matto, si direbbe. Non si dice così per intenderci? Restare al buio, al semi-buio, al quasi-buio per un periodo un po' troppo lungo, o meglio aiutati solo da una luce artificiale, o anzi costretti a stare in una luce artificiale, produce strani effetti, un po' allucinatori, da perdere la testa insomma! La chiamano "sindrome da disagio emotivo stagionale". Seasonal Affective Disorder. Accade che uno venga colto da uno stato di incredibile malinconia. Una malinconia lunga e inarrestabile, mai provata prima. Una malinconia strana! Io, dunque, volevo vederla questa lunga malinconia interminabile, volevo vedere i suoi effetti, volevo vedere se si poteva osservare qualcosa di questo strano buio, qualcosa di questo qualcuno preso dentro questo lungo buio. Come un black-out che deve sembrare permanente a viverlo sul serio; perché questo black-out, mentre uno c'è dentro, dà evidentemente la sensazione oppressiva di non uscirne più, you know? Si avrebbe insomma la sensazione che questo buio, che questa scarsa luce, che questo grigiore illuminato qua e là da una luce che uno si crea, che si deve per forza creare se no addio per sempre e arrivederci e stop, insomma si avrebbe come la sensazione che uno perda la bussola, e allora tutta la sua vita perde significato, perde peso, o meglio la sua vita anche forse acquisterebbe tutto un peso diverso: un peso però insostenibile, schiacciante, tale da non farti alzare più, o tutt'al più tale da farti stare seduto, dicono, a un tavolo ad esempio a rimuginare e vomitare e ripensare e scrivere cose prive di senso per gli altri, ma forse anche per se stessi. Make me crazy. Sì, forse anche soprattutto per se stessi. E' questo che mi allarma e mi ha spinto a voler vedere. Allora, io lo vedo da qui, da dove sono, qui in alto sull'angolo, perché nel frattempo per paura mi sono nascosto in un punto che non può vedere. Bisogna sempre guardarsi alle spalle, anche quando tutto sembra tranquillo, sotto controllo. Anche se lui è lì, preso dentro se stesso, non si sa mai, può sempre fare qualcosa, improvvisamente saltare addosso a qualcuno, che so io. Questo stato d'animo impossibile, questa condizione di miseria dell'anima, di sconcerto, di confusione insomma, avrebbe portato questo tizio che qui ho visto, o meglio ho intravisto, perché l'ho visto sempre di spalle, io restandogli dietro, a incominciare a pensare di essere qualcun altro e a truccarsi con ostinazione il volto, la faccia, gli occhi, la bocca. Insomma una cosa quasi indecente. Soprattutto, dico io, perché in fondo è sempre la stessa persona, cioè se stesso, lui medesimo insomma, che cerca indecentemente di essere un altro e, invece di diventare realmente un altro, diventa un se stesso che cerca di diventare qualcun altro. Miserabilmente. Deve essere, infatti, una cosa atroce aspettare di diventare un altro restando invece se stessi; un fallimento insomma. Nient'altro che un fallimento. I don't know. Deve essere una cosa che porta alla perdita della bussola, appunto. Ma allora dunque che cosa ho visto di tutta questa storia? Cerco di spiegarmi e di essere chiaro il più possibile, perché la storia è un po' difficile da dipanare, o meglio da mettere in luce. Soprattutto perché una storia che è passata nel buio - the dark side of yourself - ha appunto delle zone oscure, diciamo così. Ora, io non so se questo tizio si è svegliato veramente dal suo stupore notturno, dal suo disordine emotivo, perché a un certo punto - ma non esattamente il momento che state vivendo voi adesso - si è alzato e se n' è andato via, camminando sui suoi piedi naturalmente, perché non è stato portato via da nessuno; d'altra parte poteva rimanere dov'era fin quando voleva, lì dov'era ad esempio non intralciava il traffico, non ostacolava il movimento degli altri; don't you think so? Ma tant'è che a un certo punto si è alzato e se ne è andato e mi ha lasciato in imbarazzo; non avendo io compreso bene perché l'avesse fatto proprio in quel momento e non in un altro. Qualcosa mi deve essere sfuggito. Un collegamento, un link, qualcosa. Ma è anche vero che questo tipo di situazioni, l'ho pensato dopo, sono anche così un po' incomprensibili, altrimenti non sarebbero nella loro natura. Anche se di naturale c'è poco, anzi, pochissimo. Tutta questa infatti a pensarci bene è una storia culturale. It's a cultural story. It's true. Io non credo alla storiella della dipendenza da una condizione naturale. Andiamo. Let's go. Tutte balle. Pensare che perché non c'è più il sole uno debba uscire di cervello o piombare in uno stato comatoso di perdita di sé, ma insomma, dove siamo? Non siamo mica più bambini che hanno così paura del buio e che devono dormire con la luce accesa! The dark side of yourself. Però devo anche accettare il fatto che a qualcuno possa ancora capitare, dico da adulto, di avere paura del buio e di desiderare di tenere la luce accesa. Perché se no gli escono appunto dei fantasmi che gli girano attorno e poi forse anche si impossessano di lui. Come è successo a questo qui! E allora lì son guai, son problemi, perché i fantasmi, i doppi, i tripli, esistono in qualche modo. Come delle pellicole di pelle che si muovono sul nostro corpo, sul volto ad esempio, e lo alterano, lo trasformano sotto i nostri occhi. Allora vengono un po' i brividi in effetti e si ha la sensazione che la terra sprofondi o meglio che stia per vacillare. Ma forse sono io che vacillo, che straparlo sotto l'effetto di questo disordine emotivo stagionale, per dir così, perché mi accorgo che in realtà è anche contagioso. Non vorrei uscir di testa anch'io. Ma, se io lo vedo di spalle questo qui, non è che magari visto di fronte diventa, per dir così, una parte anche di me? Che so io, un mostro, un assassino mascherato, un transessuale, uno che inciampa in una proiezione? E allora hai voglia a chiedergli: chi sei? Who are you? Please tell me something, tell me something about yourself, please. Tell me something about your life, please. Don't leave me alone. Don't look at me in this way. Look at me. I'm your friend. Listen to me. Try to understand what I say, please. Be quiet. Se tu sei tu, io sono io, giusto? Listen to me. Don't you understand me? I say: please. Se tu sei tu, io sono io, se voi siete voi, noi siamo noi, non è vero? E' la verità. Avrei voluto almeno spegnere la luce, quella luce artificiale che si è creato, quella luce stravagante dentro la quale si è rinchiuso, e che lo accende dal basso e lo stravolge. Una luce che non mi fa vedere granché perché tutto risulta un po' falsato, tutto quanto sembra straniero. E anche se non l'ho mai visto né conosciuto prima, a un certo punto mi è sembrato improvvisamente uno di famiglia, uno che conosco da sempre! Come se si fosse affacciato alla superficie di uno specchio, o meglio, come se fosse spuntato da una lastra di ghiaccio. E' allarmante, ho pensato, è allarmante vedere qualcuno che ti sembra di conoscere da sempre spuntare dal ghiaccio, all'improvviso. Ma poi si è subito trasformato in qualcuno che non si riconosce più. E i suoi pensieri non lo aiutavano a concentrarsi, anzi lo aiutavano a deconcentrarsi completamente, i suoi pensieri lo hanno fatto andare via, lontanissimo, perso in una luce strana... e vedeva solo quella, era come ipnotizzato, anestetizzato e inseguiva una sua pista scivolosa di ghiaccio, una pista artica, azzurra, piena di vuoto, e di silenzio e di trasparenza, e la sua faccia è trasparente, è piena di pellicole, è cosparsa di pellicole di colore che si sovrappongono e che si disfano e lui le toglie e le rimette, le toglie e le rimette, proprio come quando uno scrive una cosa e poi la cancella, poi ne scrive un'altra e poi la cancella, e poi disegna qualcosa ma non gli piace perché non la riconosce e allora ne disegna un'altra, cerca di farla più precisa che può, ma non la sopporta e allora se la toglie davanti e inizia a fare un'altra figura che è ancora più confusa della precedente e via così, sempre così, finché è come se smontasse tutto quello che cerca di fare. Insomma, in conclusione, ho parlato in questo caso di un soggetto maschile, perché è di un soggetto maschile che si tratta, anche se la sua identità è attraversata da altre presenze e colori e forme e voci. Non alzarti, sempre al chiuso, in questo chiuso che genera fantasmi, pellicole diverse e fantasie difficili da sopportare. Ma io ho così paura che mi guardo alle spalle, sempre, e cerco di evitarlo, ma alla fine finirà un bel momento questo suo buio. Se n'è andato? Per il momento è tutto solo un togli e metti, togli e metti, togli e metti. E' così, è la verità, se n'è andato? It's true. E’ la verità. Se n'è andato?

 

 

Non detto/Untold, 1998

(Video, 4’)

Questa storia non ha inizio e non ha fine. È un filo che cerca la sua destinazione. Si diventa disperati quando non si trova un senso alla propria storia. Eppure bisogna raccontare questa esperienza di non senso perché alla fine se ne trovi uno. È troppo facile pronunciare la parola “crisi”. In questi casi la parola “crisi” è solo consolatoria, stupidamente dolce. Il silenzio dentro il quale la nostra voce si ritrova affiora inesorabile e, con il silenzio, spunta il buio. Qualcuno rotola davanti a noi come un malloppo indigeribile. Qualcosa di più che un semplice ostacolo. Un’emozione che non va giù e che porta a un pianto strozzato. Una ferita muta che non ricordiamo. A questa ferita non c’è scampo. Bisogna passare nel buio.

 

 

Lost in meditation, 1999

(Performance e installazione sonora. Audio registrato su cd, 4’, diffuso nell’ambiente)

Non so come né perché sia balzato fuori dalla mente un bambino, su un prato, che assiste alla raccolta del fieno. Il fieno viene rastrellato e accumulato. C'è tanto sole e colline tutt' attorno. Un cane, un cielo immenso e una grande gioia. Un trattore procede sulla strada verso il fienile. Adesso il bambino è sul trattore, ma non è solo: ci sono due uomini con lui. E c'è anche una bambina più in là, da qualche parte. Il fieno, trasportato sul trattore, è così tanto che si perdono dei ciuffi per la strada. Il bambino volta indietro la testa, osserva i fili d'oro che cascano e la linea della strada che lentamente si allontana. Il trattore sobbalza, fa rumore. Il bambino continua a guardare, e vede un grande verde tutto intorno. Io ora sono qui a dire questa storia ambientata a molti chilometri di distanza, accaduta molti chilometri fa. Eppure la sento adesso, la vivo adesso qui in questo spazio davanti a voi. Un bambino che voleva sdraiarsi su quel fieno, e provare a guardare il mondo da lì.

Questa immagine del fieno, e di qualcuno che c'è sopra, è apparsa improvvisamente come un sogno che doveva essere realizzato prima o poi. Sì, perché è una storia del tempo oltre che dello spazio.

E' una specie di corto circuito dove uno è, nello stesso tempo, qui e altrove. Tutto qui, e tutto da un'altra parte. Insieme. Nello stesso tempo. Ma c'è anche una canzone che ho ascoltato una volta. Chissà perché mi viene in mente ora. Ecco, la sento riaffiorare. Sta cominciando a farsi avanti. Spero che l'ascoltiate veramente pure voi, perché sono certo che tutto questo non è solo il frutto di una mia immaginazione.

(Si sente la canzone Lost in meditation cantata da Ella Fitzgerald)

 

 

Operazione Bufera, 2003

(Performance e installazione sonora. Audio registrato su cd, 8’, diffuso nell’ambiente)

Entriamo in azione quando lo spettacolo è in corso. Subito non se ne accorgono. Il nostro ingresso sul palcoscenico sembra una parte dello spettacolo. Teatro nel teatro, non si dice così?

Io invece sono entrata prima, insieme al pubblico, e mi sono seduta al mio posto prenotato. Gli uomini hanno sigillato l’edificio. Tutti gli accessi sono stati sbarrati. Quando scatta l’operazione, gli attori, i tecnici, il personale del teatro, tutti sono trascinati in platea. Il pubblico viene immobilizzato sulle poltrone. Nessuno si può muovere, non un passo, non un gesto. Tutto è sotto controllo. Lo spettacolo adesso è qui.

Abbiamo sistemato l’esplosivo ovunque, pronte a far saltare tutto non appena ce ne sia bisogno. Le bombe le abbiamo anche addosso.

Sento il respiro della gente, i bisbigli. Quasi riesco ad avvertire il più lontano ritmo cardiaco. Uno un po’ più veloce, un altro un po’ più lento. Ascolto con attenzione l’affanno degli altri. Io no, non ho paura.

Due mie compagne facevano qualche gesto di troppo. Urlavano, ogni tanto, a qualcuno: “Non muoverti”, “Stai giù”, “Non parlare”. Sentivo che il nostro meccanismo doveva funzionare come un orologio: la lancetta dei minuti, quella dell’ora, quella dei secondi. Ogni battito doveva essere dominato. Nessun particolare mi sfuggiva.

Facciamo cagare e pisciare le persone nella buca del palcoscenico. Alcuni piangono mentre ti chiedono qualcosa. Sento le voci strozzate. Io li guardo bene negli occhi e ordino poche cose essenziali: “Girati”, “Vai a destra”, “Siediti”.

Dalla platea il palcoscenico sembrava più piccolo, più schiacciato. Ma quando ci salivi sopra era molto largo, e a camminarci sopra faceva rumore.

Facciamo brevi turni per riposare. Le persone si possono sdraiare tra una fila e l’altra delle poltrone. Dopo un po’ vengono liberati i bambini. Sono iniziate le trattative. Le nostre richieste sono chiare: “Ritiro delle truppe federali o salta tutto”, e sarebbe stato solo l’inizio.

Vengono a parlare al telefono, ma ogni volta c’è qualcosa che non va. Vogliono parlare con Putin, direttamente con lui. Loro vogliono sapere sempre anche degli altri ostaggi. Molto sono stati anche picchiati.

Il terrore si sente nell’aria, nel silenzio. Non ero mai stata in questo teatro. Avevo portato con me un’amica. Ero concentrata sullo spettacolo. Di solito a teatro perdo il senso di alcune parole, di alcune battute. Soprattutto mi distraggo se lo spettacolo è lento. Quando sono entrati avevo appena guardato l’ora per capire da quanto tempo ero in quella sala.

Il cuore incomincia a schizzarmi a mille quando sento i primi spari. Sto per alzarmi, ma uno che lo aveva fatto poco prima era stato subito bloccato. Non capisco da dove vengono. A un certo punto penso: “E’ tutto finto. No. Sono solo attori.”

Avevo stretto così forte il bracciolo destro della poltrona che le ossa delle dita mi facevano male. Non riuscivo più a muovere il polso. Devo fare pipì. Mi fanno alzare. Uno mi prende per il collo e mi spinge nella buca. Non riesco a farla lì, sento solo la puzza. Una donna mi sta controllando.

Il generale Kazanzev alle sette di sera stabilisce con uno di noi un contatto telefonico. Kazanzev assicura di arrivare a Mosca il più presto possibile, ma ci chiede di non fare nulla che possa ribaltare la situazione. Ci chiede di liberare i 18 bambini. Noi gli rispondiamo che è tutto sotto controllo e che i bambini sono già stati rilasciati. Non gli diciamo niente della condizione di tutti gli altri.

Perdevo sangue dal naso, avevo preso un fazzoletto di carta dalla tasca dei pantaloni. Un urlo mi ha fermato, ho sentito un calcio dietro la schiena. Sopra di me il grande soffitto della sala. Il dolore era così forte che non riuscivo a stare steso per terra.

Mi sono messo una mano dietro la nuca e cercavo di respirare. Arriverà prima o poi qualcuno. Il rischio è che moriremo tutti qua dentro. Questo pensiero affiorava appena, era presente come il sangue, come le poltrone, era lì nella merda, non c’era scampo. Anche gli occhi mi facevano male.

Nessuno di noi dormiva quando si è sentita un’esplosione da fuori. Noi ci eravamo messe nelle nostre postazioni prestabilite, sulle poltrone. Alle 2 e mezza due ostaggi erano stati eliminati. Alle 3 avevamo saputo che forse ci sarebbe stato il blitz, ma niente, non era successo niente. Io ero pronta, lo avevamo deciso, l’orologio si era bloccato.

Che cosa provi? Senti qualcuno? Ho sentito qualcosa… il sangue nel sangue, l’esplosivo nella cintura, il detonatore tra le dita, il mio respiro tra i denti, la mia mano si apre, la mia bocca si chiude, la mia mano si chiude, la mia bocca si apre. Non faccio a tempo a sentire il sibilo che non riesco più a muovere un dito. Vapore nella testa.

L’assalto è immediato. Sale da sotto, esce dalle fessure, si insinua dappertutto. Io cerco, io cerco. Il gas è nel teatro, non riesco neanche a pensarlo, la poltrona è nel teatro, io sono sulla poltrona, sono pronta nella platea, là c’è il palcoscenico, questo è l’edificio del teatro Dubrovka, oggi è l’alba del 26 ottobre, adesso schiaccio. Via.

 

 

Accendere una lampada e sparire, 2003

(Performance)

Cara Emily,

ti sembrerà strano ricevere una lettera da qualcuno che non conosci, e per di più scritta in una lingua straniera. E' inutile che ti spieghi che sei diventata molto famosa, e che le tue poesie e le tue lettere sono state pubblicate e tradotte in tutto il mondo. In fondo lo sapevi, e hai voluto fare della tua "lettera al mondo" un "messaggio che si consegna a mani invisibili".

Non hai detto una volta che "saresti stata posseduta da ogni consacrato cavaliere che ardisca desiderarti", e che "una lettera è la mente sola senza la sua compagnia corporea"?, ecco perché oggi ti sto scrivendo da un punto del mondo che non hai direttamente conosciuto, ma che puoi comunque immaginare. Sono in un luogo un po' particolare, a Milano, e oggi è il 9 aprile del 2003. Qui, da dove ti sto scrivendo, non sono precisamente solo, sono presenti anche altre persone che ti conoscono, e ci sono anche molti oggetti collocati in uno spazio che ha pareti bianche. Si tratta di una grande stanza con un cortile esterno, e alcune delle cose distribuite in questo spazio forse ti potrebbero anche intrigare. Ma lasciamo perdere l'ambiente nel quale ci troviamo, anche se so che sei molto curiosa. Mi interessa soprattutto parlarti del tempo nel quale ci tocca vivere e che, seppur diverso, in fondo possiede molte cose in comune con il tuo. Sai Emily ho avvertito di nuovo la forza delle tue parole già due anni fa, quando in una splendida mattina di settembre due aerei sono andati a sbattere, con geometrica e consapevole esattezza, contro due alti grattacieli in una città che tu conosci: New York. Il tremendo impatto ha scatenato un tale incendio che i due grattacieli, con migliaia di persone dentro, si sono letteralmente sbriciolati su se stessi in pochi minuti, causando una tragedia di proporzioni devastanti. La notizia della sciagura, che si seppe quasi subito essere un attentato, colpì tutti come un trave che precipita addosso all'improvviso mentre cammini tranquillamente per la strada. A te, che hai scritto: "Un'asse si spezzò nella ragione ed io precipitai sempre più in fondo, ad ogni tratto urtando contro un mondo. E poi non seppi più nulla", o anche: "Morire non esige che un istante - dicono che non faccia male: ci si sente più deboli, per gradi, e poi - si è fuori dalla vista", a te dunque ho sentito che desideravo parlare, più e più volte anche quando sono apparse sui giornali le foto di alcune persone che si erano lasciate cadere nel vuoto lanciandosi da una finestra del grattacielo. Sì, ho sentito la stravagante esigenza di contattarti, in qualche modo, per avvertirti che avevo in parte recepito i tuoi messaggi. Altri attentati e altre guerre nel frattempo sono esplose di nuovo, e anche la tua nazione, armata fino ai denti, ha fatto volare altri aerei su altre città e su altre persone. Una di queste operazioni si chiama Shock and Awe, parole che forse ti sono state rubate senza saperlo. Ci sono nuovi morti, feriti e prigionieri, e l'afflizione illimitata che oltrepassa qualsiasi confine. E tu hai parlato di “illocalità” del dolore. Questo dunque è ancora il tempo nel quale ci troviamo: un paesaggio di macerie, di cadaveri e di bombe. E non è molto diverso rispetto a quello che tu hai visto: "Si udì un boato come se le strade precipitassero - e poi ferme tornarono. Quel che vedemmo alla finestra - eclissi - terrore - tutto ciò che provavamo. Uno alla volta i più sicuri uscirono per vedere se il tempo c'era ancora."

Tu questo tempo l'avevi compreso fino in fondo anche quando hai scritto: "La mia vita era stata come un fucile carico in un angolo, finché un giorno venne di là il padrone: mi riconobbe, e mi prese con sé. Ai suoi nemici sono nemico mortale: nessuno più si muove se l'ho puntato con l' occhio giallo o col pollice pronto." Dicevi di avere paura di possedere un corpo, bene profondo ma precario. Emily Dickinson, dove sei ora, tu che ti sei definita una monaca deviante? Sigillata nel tuo vestito bianco, ma aperta e diretta a chi ti vuole leggere? Presente, assente, intermittente. Come la luce di una lampada e, come il ronzio di un insetto, dentro e fuori, sempre enigmatica. Mi rispondi con una delle tue frasi: "Non si può colmare l'abisso con l'aria." Lo so, tentare di intrecciare con te un dialogo è un'impresa assurda ma, a volte, i desideri più folli producono comunque qualcosa: l'eco di una voce possibile, un'emozione inaspettata che ci trasforma e ci dispone ad un rapporto meno scontato con il mondo. Tu che hai detto di sentire nella tua casa il rumore sordo del vulcano. I tempi geologici vivono in una dimensione che supera la nostra; ed è in questa dimensione che forse possiamo sentirci. Nell'estate del 1879 un incendio aggredisce e distrugge un edificio del tuo paese, tu scrivi che hai sentito "le case crollare ed esplodere il petrolio". Che cos'altro hai visto in quell'incendio? Tu che ti sei così raramente allontanata dalla tua casa di Amherst, ti sei in realtà trovata straniera, a incalcolabili chilometri di distanza anche da te stessa, in un everywhere che fa rabbrividire e ti avvicina a noi, adesso qui, come un ladro che si accosta, trattenendo il respiro prima di fuggire altrove. A un certo punto hai anche immaginato il tuo ritorno: "Da molti anni mancavo da casa, e davanti alla porta, non osavo aprirla, per paura che un volto mai visto prima fissasse vacuo il mio, e mi chiedesse che cosa cercavo. Io cercavo una vita che lì avevo lasciato: ancora dimorava in quella casa? Tentai di farmi coraggio, e da vicino scrutai le finestre; ondate di silenzio come ondate oceaniche sul mio orecchio s'infransero. Ebbi un arido riso perché temevo una porta, io che avevo affrontato il rischio, i morti, senza tremare. Accostai al saliscendi la mano cauta ed esitante perché l'orrenda porta non scattasse all'indietro e mi lasciasse là, poi ne staccai le dita, prudente come fossero di vetro e trattenni l'udito, e come un ladro ansimando fuggii dalla mia casa."

La distanza. Il ladro furtivo che entra nella casa. La fiducia tradita. La violenza. Sono alcune delle tue figure, dei tuoi mille disegni scritti. Tu scrivevi a mano su fogli di varie dimensioni, angoli di buste, pezzi di carta, o sul retro dei biglietti. Ti ringrazio, perché hai visto lontano anche in questo caso. Accetta la mia insolenza nell'averti contattato e soprattutto la mia gratitudine, Emily. Questa è la lettera che ho voluto scrivere a te. Ora accendo la lampada. Se vuoi, osservala per un po' come un asterisco per te su questo pavimento. E non fuggire subito, vulcano reticente.

 

 

Domande per il corpo, 2006

(Installazione. Lavoro audio, 4’53’’, registrato su cd, diffuso nell’ambiente)

Posso dire ciò che il corpo mi racconta?

Dimentico ciò che il corpo riesce a chiedermi.

Riesce il corpo a sentirmi quando io lo ascolto?

Non sono sempre là dove il corpo mi conduce.

L’agente di un corpo è un enigma e resta un mistero?

Ho paura quando il corpo mi attraversa e io attraverso il corpo.

Chi offendiamo quando si offende un corpo?

Posso dire che ho visto corpi muti e sigillati, senza fiato.

Hai provato a sentire l’incandescente perimetro del corpo?

Vorrei includere sempre lo spazio anche dell’ombra.

Riesci a sopportare di seguire il divenire del tuo corpo?

Prova a guardare in alto avanti e indietro.

Avverti il peso del corpo solido che cade?

Forse non trovo che cenere e domande.

 

 

Di nuovo, una voce persiste, 2007

(Performance, 10’ circa. Da leggere ad alta voce saltellando)

Di nuovo.

Quando, talvolta, sempre, le immagini finiscono.

Quando, sempre, qualche volta, ancora, tutto il respiro si blocca.

Quando, per sempre, ogni tanto, come prima, qualcosa diventa grigio, inutile, confuso.

Quando, per sempre, ogni volta, ancora, ogni cosa catalogata, accatastata, sommersa.

Là, dove, quando, di nuovo, talvolta, di più, per sempre, qualcosa appare in disordine.

Là, dove, quando, tutte le volte, di nuovo, sempre, azioni ripetute, pensate, terminate a dovere.

Allora, anche, di nuovo, una voce persiste.

Quando, ancora, dove, di nuovo, ogni tanto, un controllo parziale si spezza.

Quando, ancora, di nuovo, qualche volta, un pezzo di corpo si chiude.

Quando, ancora, sempre, ogni tanto, ogni volta, le idee che non durano.

Quando, ancora, dove, di nuovo, qualche volta, un’altra cosa si aggiunge.

Là, dove, quando, anche, come sempre, ogni tanto, le domande finiscono.

Là, dove, quando, di nuovo, ogni tanto, sempre, ancora, ogni cosa si ripete.

Allora, anche, di nuovo, ancora, una voce persiste.

Quando, ancora, talvolta, ogni tanto, ci sembra di non riconoscere.

Quando, per ora, di nuovo, per sempre, non sappiamo se era presente.

Quando, dopo, ogni volta, di nuovo, non c’è ancora spazio né tempo.

Quando, tuttora, di nuovo, come sempre, talvolta, una domanda ritorna.

Là, dove, quando, ancora, talvolta, per sempre, qualcos’altro s’incanta.

Là, dove, quando, non ancora, come prima, di nuovo, da seduti ci alziamo.

Allora, anche, di nuovo, ancora, qualche volta, una voce persiste.

Quando, dove, come, ancora, di nuovo, da qui, qualcosa ci appare lontano.

Quando, ancora, dove, di nuovo, sotto, da dentro, un respiro si aggiunge.

Quando, come sempre, ancora, ogni tanto, dopo, non riusciamo a sentire.

Quando, dove, ancora, come prima, talvolta, a momenti, non siamo disposti.

Là, dove, quando, ancora, lontano, sempre, da fuori, non sappiamo come fare.

Là, dove, come, quando, ancora, di nuovo, talvolta, a momenti, non rispondiamo.

Allora, anche, di nuovo, ancora, qualche volta, sempre, una voce persiste.

Quando, dove, non ancora, di nuovo, talvolta, facciamo un racconto di quello che accade.

Quando, dove, di nuovo, non sempre, qui, cerchiamo di mettere dentro qualcosa al suo posto.

Quando, dove, non abbastanza, dopo, come sopra, più in qua, spostiamo qualcuno.

Quando, di nuovo, non ancora abbastanza, dopo, qui sotto, togliamo l’immagine.

Là, dove, quando, non ancora, per sempre, ricominciamo un’azione che si ripete.

Là, dove, quando, una volta, di nuovo, più vicino, riproviamo un’idea che non quadra.

Allora, anche, di nuovo, ancora, qualche volta, sempre, per ora, una voce persiste.

Quando, per sempre, ogni volta, come prima, non pensiamo di desiderare qualcuno.

Quando, per sempre, tuttora, tutte le volte, qui accanto, smettiamo un’azione.

Quando, dove, di nuovo, come prima, talvolta, non sempre, restiamo al di fuori.

Quando, dove, di nuovo, sempre, talvolta, ancora, decidiamo se è il caso.

Là, dove, come prima, quando, dopo, di nuovo, ancora, ritorniamo sui passi.

Là, dove, sempre, quando, talvolta, ogni tanto, a caso mettiamo qualcosa che manca.

Allora, anche, di nuovo, ancora, qualche volta, per sempre, ogni tanto, per ora, come prima, tuttora, talvolta, non ancora, tutte le volte, di più, a momenti, dopo, una voce persiste.

Di nuovo.

 

 

Mi trovavo a casa, 2008

(Lavoro audio, 4’20’’, registrato su Ipod, da ascoltare attraverso le cuffie)

Mi trovavo a casa, un tardo pomeriggio di settembre. Avevo appena chiuso il libro che stavo leggendo. E mi ero sdraiato sul divano, le spalle appoggiate al bracciolo, la mano destra sul volto per schermare gli occhi che tenevo socchiusi. Cercavo di riposare un po’, ma anche di concentrarmi lasciandomi andare in una condizione di abbandono, uno stato vigile di semi-coscienza.

E’ allora che è successo. Sei arrivata, discretamente in silenzio, appena un po’ timida, un po’ stupita anche forse di trovarti lì. Ancora, di nuovo, per una volta. Avevi un leggero sorriso sulle labbra.

Più che vederti, ti sentivo procedere lentamente, con cautela. Sentivo che avevi quel sorriso appena divertito, appena accennato, come una bambina che sta facendo qualcosa che sa di non dover fare, ma lo fa lo stesso. Camminavi ai margini della stanza, come seguendo i bordi di un perimetro che percepivi mano a mano. Evitando il centro dello spazio. Un percorso leggermente laterale. Un percorso obliquo, curvilineo. Che strano. Eppure lo sentivo chiaramente. Sì. Provenivi verso di me. Un movimento di graduale avvicinamento che manteneva un’ impercettibile distanza, come di sicurezza, forse. Una distanza. E’ così difficile a dirsi. E’ probabilmente impossibile. Ti muovevi con attenzione senza far rumore, come chi entra in una camera mentre qualcuno sta dormendo. I tuoi passi comunque non erano impacciati, non erano sconnessi. Erano sciolti, nonostante tutto, naturali. Continuavi a sopraggiungere. A un certo punto ti ho parlato. Ti parlavo dentro, eppure anche fuori, di me. La mia voce, tranquilla, parlava quasi come se non fossi io a parlare. Le mie parole uscivano ed entravano nello spazio. Attraversavano la distanza dello spazio tra me e te, e arrivavano a destinazione. Ne sono certo. Tenendo sempre gli occhi chiusi, la mano destra sul volto. Non per paura. E nemmeno tu avevi paura. Ancora per una volta passavi di qui, per parlarmi senza dirmi una parola. Questo lo si può capire. Questo lo so, questo lo capisco. Ti ho parlato io, allora. E mentre ti parlavo, risentivo quello che dicevo almeno due volte. Le parole nascevano già doppie, dentro un’ ulteriore dimensione. Ripassavo le parole, e il loro suono si ripeteva. E ti ho detto di questo tuo movimento, di questo tuo silenzio, di questo tuo provenire qui che comprendevo, di questo tuo avvicinarti ancora una volta, di nuovo, per vedere, ma soprattutto per passare. Un cauto movimento intorno alla stanza, accanto al tavolo, qui vicino al divano, alla libreria e alle finestre, appena quasi accanto, quasi accanto. Ugualmente qui anche se lontana, anche se fuori. Ti ho ripetuto questo, ad alta voce, ma in silenzio. Sento la mia voce che proviene da me, e con gli occhi chiusi ti vedo mentre ti parlo. E tu ascolti le mie parole attraverso la stanza mentre la tua visita procede, con cautela, mentre prosegui nello spazio, per riguardare. Poi, il tuo perimetro è tornato ad essere del tutto invisibile. E non c’è nulla da spiegare, nulla. Nessuna traccia fisica, nessuna ombra. Soltanto il voler rendere conto di questa storia. Così precisamente come è accaduta.